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Battute su giovani e lavoro : questione di abito...mentale!
8 febbraio 12 | Dichiarazioni

Il responsabile lavoro dei Giovani Democratici Emilia-Romagna, Andrea Tarroni, commenta le recenti dichiarazioni del premier Monti e di alcuni ministri del suo governo sui giovani ed il tema lavoro. Tutta colpa dei giovani?

 
Va bene che sono tecnici, e non hanno dimestichezza con le regole della comunicazione politica, di come a certe domande sia meglio rispondere con frasi non soggette a distorsione o fraintendimenti.
Ma se un caso isolato rappresenta una coincidenza, due mettono già un dubbio. Tre rappresentano una certezza.
Si è partiti con Michel Martone, viceministro al Lavoro: "Chi si laurea a 28 anni è uno sfigato".
Poi addirittura il premier Monti: "I giovani italiani devono abituarsi a cambiare più di un lavoro nella vita, e poi.. che noia il posto fisso!".
Infine il ministro degli Interni, Cancellieri: "Gli italiani vogliono il lavoro vicino a mamma e papà".
Tre "battute", da parte di tre autorevoli esponenti di un governo nel quale non avremmo voluto battutisti.

Per carità, quando a livello mediatico si è sovraesposti può scappare la frase non troppo calibrata. Ma gli italiani hanno la misura colma, da questo punto di vista.

Soprattutto i giovani italiani, ai quali sembra che tutti vogliano insegnare come si sta al mondo. In quello stesso mondo preparato e confezionato dalle generazioni "docenti" e che ha regole assolutamente penalizzanti per loro.
Difficile pensare che se la disoccupazione giovanile è al 30 per cento, se fra i nuovi assunti i precari sono più del 90 per cento e se un giovane su cinque, in Italia, non studia né cerca più un lavoro la colpa sia semplicemente del lassismo dei nuovi cittadini.
Sono dati, piuttosto, che descrivono un mondo del lavoro che oggi rigetta i giovani, che non sa accoglierli né tutelarli.
Sappiamo che questo governo vuole cambiare questo quadro così penalizzante, agendo sulle regole che sortiscono un simile contesto. Ma riteniamo che per determinare il giusto cambiamento, sia necessario partire con "l'abito mentale" adeguato.
Partiamo quindi da alcune piccole verità.
Innanzitutto la percentuale di lavoratori-studenti è cresciuta fino al 10 per cento (era l'8,8 nel 2006, secondo Almalaurea) e comunque solo il 23 per cento degli studenti universitari italiani si può concedere il lusso di pagare le tasse dell'ateneo senza svolgere per lo meno un lavoro saltuario.
I giovani italiani NON CONOSCONO la noia del posto fisso, solo l'ansia di avere la certezza di uno stipendio anche domani.
In questo "fuoco di fila" di uscite così poco azzeccate da parte di esponenti di governo mi è tornata alla mente "la lista" di Alice, la ragazza che intervistammo quasi un anno fa durante la Carovana per il lavoro dei GDE-R. Per lei 14 anni di lavoro e 22 contratti stipulati nella sua vita lavorativa (http://www.radioscintilla.it/index.html?pg=6&idcat=10&idvdo=33 ) . Un esempio limite? Assolutamente no, semplicemente il manifesto di una generazione. Che non scalcia per "stare vicino a mammà" se consideriamo che, secondo un'indagine elaborata dall'Isfol con il dipartimento demografico della Sapienza di Roma, il 72 per cento dei giovani fra i 20 e i 34 anni è disponibile a spostarsi pur di trovare lavoro. Il 17 per cento mette in conto di vivere in un altro paese europeo, quasi il 10 è disponibile anche a cambiare continente. Lo stesso studio che appura, per esempio, che ogni anno 60mila laureati si spostano dal Sud al Nord Italia per avere una speranza.

Dobbiamo partire da queste considerazioni, se vogliamo agire dando vere opportunità. Perché con "l'abito mentale" sbagliato accadrà che la flexsecurity (da noi evocata da tempo, strombazzata ultimissimamente dal Pdl e presa in considerazione dal governo) diventerà molto flex e poco security. Un po' come il pacchetto Treu, più che buono se lo si fosse applicato TUTTO. Che il contratto unico sarà solo un contratto aggiunto alla selva di abomini del diritto del lavoro già esistenti. Che la riforma dell'articolo 18 diverrà solo il diritto di licenziare, quando in Italia licenziare è già possibilissimo (solo fra novembre e dicembre scorsi si sono persi 20mila posti di lavoro), ma è assumere che risulta difficile. E non perché "sia più facile divorziare che rescindere un contratto di lavoro" (battuta molto in voga fino a pochi anni fa, a volte ritornano), ma perché l'imposizione fiscale sul lavoro è la più alta nell'Eurozona, per esempio (a tutt'oggi su un lavoratore si paga in media il 44 per cento di tasse).
Siamo fiduciosi che questo governo sappia indossare l'abito mentale giusto e attendiamo con impazienza che si inizi a ragionare su come creare nuovo lavoro, non su come licenziare. Nel frattempo basta paternalismi, per cortesia.

Andrea Tarroni
Resp. Lavoro GDE-R


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tarroni |  monti |  governo |  lavoro |  giovani |  disoccupazione |  precariato | 

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