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Alex Tagliatti - “L'ITALIA ERA UNA REPUBBLICA FONDATA SUL LAVORO”
13 dicembre 09 | Dichiarazioni

In questi giorni il nostro partito ha scelto di dare vita ad una insolita manifestazione, non una grande manifestazione di piazza, come quella della settimana scorsa a Roma, contro Silvio Berlusconi, ma una manifestazione diffusa sui territori, nei paesi, tra la gente.

E’ stata fatta una scelta di questo genere  perché non è contro la persona sola del Presidente del Consiglio che ci dobbiamo scagliare, ma dobbiamo mettere in campo una proposta seria ed alternativa. Noi non possiamo essere il partito dei no ma il partito della proposta.
Ogni volta che la piazza si è mossa contro Berlusconi in effetti lui né è uscito rafforzato mentre i contestatori sono passati per quelli che non hanno altro argomento che non l’attacco personale. E questo l’ha capito anche lui che al congresso del PPE ha detto che “come si fa senza un uomo come Silvio Berlusconi, un uomo duro, forte e con le palle...”.
Noi ci diciamo da tempo che dobbiamo essere l’alternativa ma spesso non siamo in grado di diffondere le nostre scelte politiche tra i cittadini. E neppure di vederle realizzate da quando il parlamento è blindato dalla fiducia.

Eppure tre milioni di votanti hanno ridato fiducia al continuo lavoro di costruzione del PD. Per questo noi torniamo nelle piazze e nelle sale per riportare il discorso politico, non solo di contestazione delle misure del Governo tutto, e non solo del Premier, ma e le nostre proposte politiche.
Le giornate dell’ 11 e 12 dovevano essere concentrate sul alcuni temi, nessuno meno importante degli altri: SCUOLA E SAPERI, SALUTE, GIUSTIZIA, IMPRESA E LAVORO, AMBIENTE, SANITA’.
Qui voglio trattare ancora del lavoro. Non perché giustizia e salute non ci tocchino o perché l’ambiente non sia di nostro interesse, ma perché vogliamo essere realisti e perché sappiamo che finché non si recupererà la situazione lavorativa in Italia non saremo in grado di riprendere seriamente nessuna altra politica e che la nostra gente, gli Italiani, voi, noi, non potremmo avere la mente sgombra per occuparci degli altri fino a quando non avremo avuto di nuovo la stabilità di un lavoro e di un salario che ci permetta di mantenere le nostre famiglie.

Il lavoro è il cardine su cui tutta la nostra società ruota, è il fulcro della nostra Repubblica, o almeno così è stato scritto nella costituzione, il titolo di questo articolo è provocatorio e nostalgico. “L’ITALIA ERA UNA REPUBBLICA FONDATA SUL LAVORO”. Era, perché oggi io direi che è una Repubblica AFFONDATA nel lavoro, e ancora oggi il Governo vive proprio sulle spalle dei lavoratori.
Se non riparte il lavoro non riparte l’Italia. Ma il lavoro si è fermato, ma non si è fermato solo per la crisi economica che stiamo vivendo ora, ma per i numerosi colpi inflitti anche ai lavoratori e alla loro dignità e ai contratti, attraverso il precariato. Ci avevano promesso una flessibilità che non è mai giunta ma che si è convertita in strumenti in mano alle aziende per tenere in pugno i lavoratori e metterli gli uni contro gli altri.
Anni di riforme del lavoro che lo hanno modificato profondamente, ma tuttavia si lavorava.

E poi il crack: il calo dei consumi, il calo della produzione (legati a doppio filo), e poi le chiusure dei piccoli, e poi la chiusura dei grandi, i licenziamenti e la cassa integrazione e poi la cassa integrazione straordinaria, e poi quella in deroga.
Una escalation negativa che anche qui non è mancata, che anche nelle nostre terre non ha mai smesso di avanzare.
Le attività commerciali sono in affanno, le imprese più solide stringono la cinghia e ridimensionano il personale o chiedono di continuo interventi, le piccole imprese si affidano alle banche, ma poi anche le banche chiudono le casse ed i rubinetti, proprio loro che con gli aiuti di Governo ed Europa dovevano aiutare gli imprenditori, ma hanno aiutato se stesse.

Chi è sopravvissuto? Quanti posti di lavoro sono andati in fumo? Come ne usciremo?
Il Consorzio Nazionale Economia Lavoro già a fine estate annunciava un tasso di disoccupazione che avrebbe raggiunto il 9%, chi dice che è al 7,4% non dice mai che quei dati EUROSTAT si riferivano al primo trimestre del 2009, ma oggi siamo ben in diversa situazione. Situazione che è sotto gli occhi di tutti. Ancora oltre 500 mila persone hanno perso e perderanno il posto. Tutti gli enti di ricerca economica, preoccupati, auspicavano investimenti cospicui negli ammortizzatori sociali e accesso più flessibile al sostegno al reddito. Insomma molto di più della “social card” che il Governo aveva varato con scarso successo. Sono continuati i tagli ed i finti investimenti, ovvero lo spostamento continuo di denaro da un capitolo all’altro come in esercizi di “finanza creativa” come la chiamò qualcuno un tempo. Come i carri armati del Duce che si spostavano continuamente ma erano sempre gli stessi.

Ed ora dal DPEF 2010-12 che esce?
Per D’Antoni, deputato del Pd e vicepresidente della commissione Finanze della Camera esce un DPEF che è un testo inadeguato, debole e mal pensato, che pur gravando per quasi 9 miliardi sulle tasche dei cittadini, non dà alcuna risposta agli urgenti e pressanti bisogni dei redditi medio bassi, delle imprese e delle zone deboli. Una finanziaria insieme costosa e inefficace, raro esempio di cattiva ingegneria legislativa, esclusivo frutto di guerriglie e logiche di potere, come il cappio stretto dalla Lega che ha chiesto il finanziamento dei forestali del Nord.
Escono, udite udite, 1 miliardo e 125 milioni di euro per gli amm. sociali, dicono loro, ma non dicono che di questi in realtà 860 milioni sono per la detassazione  nel prossimo biennio dei contratti di secondo livello, e solo 265 milioni sono per gli amm. sociali.
Poche risorse per il pubblico impiego, alle amministrazioni andranno 1,1 miliardi di euro, una inezia che andrebbe aumentata di 10 volte dice Cesare Damiano.
Arriva l’estensione dell’uso dei vaucher formativi anche nei lavori pubblici e nel part-time, soluzione che aiuta solo l’azienda ma non il lavoratore giovane. Ed i dati dicono come i lavoratori fino a 35 anni siano i più deboli.
I vaucher sono stati utilizzati anche in agricoltura e ricordo che non stiamo parlando di forme contrattuali ma di “buoni lavorativi”, ovvero l’equivalente dei buoni per la spesa, che l’azienda usa come moneta di scambio. Di fatto più che davanti ad un contratto ci troviamo di fronte ad un baratto che non prevede nessun tipo di ammortizzatore sociale e nemmeno la maternità.
Gli apprendisti saranno indeboliti dall’inserimento di un contratto non più collettivo ma aziendale.
Si devolvono risorse alle agenzie private del lavoro per la stabilizzazione, anche a termine, dei cassaintegrati anziché destinare queste risorse direttamente alle imprese per favorire il reimpiego di questi lavoratori a tempo indeterminato.
Per non parlare della norma sul  TFR, che dirotta i fondi dall’ INPS alle casse del tesoro, mettendolo a spesa corrente  anziché destinarlo alle infrastrutture e allo sviluppo delle aziende come si immaginava, come anche le aziende immaginavano. Hanno detto che è un “prestito” che ora prelevano e domani li rimettono.
Manca una strategia complessiva, un DPEF fatto un tanto al metro. Si deve poi rilevare  l'assenza di investimenti  per anziani e pensionati, ma anche la mancanza di interventi per la riduzione del carico fiscale per i lavoratori dipendenti che continuano a pagare moltissimo.
E poi c’è il vergognoso strumento dello scudo fiscale, che consentirà a chi ha evaso le tasse, e portato enormi patrimoni all'estero, di riportarli in Italia, beffandosi di chi le tasse le ha sempre pagate tutte, magari trattenute alla fonte,
A questo proposito aggiungo che mentre il Primo Ministro millanta che il suo Governo è quello che più ha fatto contro la mafia, hanno anche inserito una norma che permette la messa all’asta dei beni confiscati alla mafia....e chi potrà ricomprare qui beni se non le stesse cosche mafiose con i soldi rientrati con lo scudo? Chi li comprerà se non gli stessi grazie ai loro prestanome?

E’ a tutto ciò allora che non dobbiamo creare una alternativa. Una alternativa che sia nello stesso tempo una visione collettiva del Paese e della rotta per traghettarlo fuori dalla crisi, ma anche un metodo marcato PD, il metodo che ha permesso alle regioni da noi governate, come la nostra, di mettere in campo proposte ed azioni realmente anti-crisi.
E a tutto tondo, perché la crisi non si combatte su un solo fronte.

Voglio parlare per un attimo del PATTO CONTRO LA CRISI messo in campo dall’Emilia Romagna, il patto ha visto firmatari le associazioni imprenditoriali e le organizzazioni sindacali, ha prodotto quasi 300 accordi per le industrie e 5000 per gli artigiani e cooperative, accordi atti evitare 40 mila licenziamenti con la cassa integrazione in deroga e la riduzione dell’orario di lavoro.
Seppur con le evidenti difficoltà che comunque il calo dei consumi e della produzione ha portato, ha messo in campo  4 milioni di Euro stanziati per le scuole per i loro servizi e strutture, altri tre per progetti innovativi di istruzione.
Stanziati 27 milioni di euro nella formazione, perché in un periodo di crisi, e di penuria di lavoro si deve ottimizzare e trasformare il problema in una risorsa, allora ecco che la formazione lavoro permette ai lavoratori di trasformarsi, di re-imparare e gli enti di formazione lavoro E I centri per l’impiego divengono un nuovo luogo di impegno sociale, per rilanciare le professionalità. Abbiamo, e dico abbiamo perché di questa regione mi sento parte, finanziato  percorsi di aggiornamento e specializzazione e corsi di qualificazione, alcuni tenuti anche dal Consorzio Provinciale per la Formazione  ferrarese, l’esempio che conosco meglio, e anche nei comuni piccoli come  Codigoro, sono partiti corsi molto utili e qualificanti come i corsi per assistenti familiari, tecniche di saldatura, inglese per principianti, tedesco per il turismo,  utilizzo CAD, office. Un segnale importante per dire in che direzione bisogna andare.
Regione, Province, Comuni, devono proseguire nella creazione della “filiera del buon governo”, perché è questa la nostra ricetta, ed è questa anche la proposta continua su cui investire nella campagna elettorale regionale, perché quella filiera è il nostro marchio di qualità, misurabile nei fatti e non negli slogan.

Anche Annamaria Artoni presidente di Confindustria Emilia Romagna è soddisfatta del pacchetto da 100 milioni di euro  di incentivi ad industrie ed innovazione resi dalla regione,   e ha lamentato lo scarso impegno del Governo su quello che lei ha definito il volano della ripresa, ovvero il rilancio delle infrastrutture che renderebbero i territori appetibili dal punto di vista dell’impianto delle nuove aziende.
Ma una cosa sembra essere certa, che nonostante l’impegno straordinario della Regione, di Errani e della giunta, e non ultimo della provincia che cito ma di qui abbiamo presente persone più qualificate per parlarne,  dobbiamo continuare a tenere duro e che comunque il mondo dell’impresa e dei distretti produttivi, da questa crisi ne uscirà ridisegnato. E lo vedremo alla fine dell’anno con la chiusura dei bilanci.
Ma sta a noi, sta alla politica dire come quel disegno vada composto e non lasciato solo e nuovamente in mano ad una sola categoria produttiva.
A noi sta la capacità di trovare una sinergia efficace tra amministrazione, impresa, banche. Per avviare un nuovo patto con i lavoratori. Come solo noi sappiamo fare.
E cosa sappiamo fare? Cosa sappiamo dire più di ciò che già stiamo facendo?
Dobbiamo dire che si deve:
- Sostenere la domanda di famiglie e consumatori, a cominciare dai meno abbienti
- Aumentare le soglie di detrazione fiscale per i carichi delle famiglia
- Ridurre le tasse alle lavoratrici e garantire un assegno per le lavoratrici madri in difficoltà
- Ridurre le tasse per chi ha sottoscritto un mutuo per la prima casa e per chi vive in affitto ed è in difficoltà economiche.

E ANCORA:
RESTITUIRE DIGNITA’ AI LAVORATORI.
- Garantire un assegno di disoccupazione, pari ad almeno il 60% dello stipendio mensile, per chi ha perso il lavoro dal primo settembre 2008
- Ridurre l'Irpef e detassare le tredicesime, dove ci sono.
- Aumentare gli ammortizzatori sociali, a cominciare dai trattamenti di disoccupazione e dalla cassa integrazione, ed estenderli ai lavoratori precari. Che oggi sono la maggior parte.

NON DOBBIAMO DIMENTICARE LE IMPRESE perché non c’è lavoratore se non c’è impresa:
    - Sostenere il credito all'imprenditoria, specie alle piccole e medie imprese (PMI), che sono l'ossatura produttiva del Paese ma che sono anche il tessuto connettivo delle zone come la nostra.
    - Facilitare l'accesso delle piccole e medie imprese agli appalti pubblici e renderle più competitive sul mercato, sostenendone l'aggregazione in reti di aziende.
    - Accelerare i pagamenti tra committenti e fornitori, a partire da quelli delle pubbliche amministrazioni
    - Estendere la cassa integrazione a tutte le aziende in crisi e su questo la nostra regione ha fatto quanto poteva...
Sostenere il settore agricolo utilizzando a pieno i fondi europei, e NOI SIAMO IN UNA ZONA FORTEMENTE AGRICOLA.

AIUTARE LE P.A.
- Rilanciare gli investimenti pubblici, permettendo agli enti locali di usare i fondi bloccati col Patto di stabilità, CHE ARRANCANO E CHE SONO COSTRETTI A TASSARE ...
- Sbloccare i fondi per le aree sotto utilizzate (FAS) e utilizzare a pieno quelli europei per avviare le opere pubbliche rapidamente cantierabili , opere piccole, diffuse, utili, non le grandi opere....e costruire infrastrutture moderne e indispensabili per il Paese.
IL PAESE CRESCE SE C’E’ SVILUPPO INFRASTRUTTURALE, DIFFUSO E CAPILLARE.
- Semplificare le procedure amministrative, per venire incontro alle esigenze delle imprese e dei cittadini.
Ci sono ancora molte alte altre proposte in campo.

Ma occorre capire e dunque far capire che serve una strategia collettiva.
Aziende e lavoratori, associazioni d’Impresa e rappresentanti dei lavoratori, devono lavorare assieme o non se ne esce.
Dobbiamo interrogarci sulla possibilità di trovare proposte concrete comuni a tutti i soggetti del  mondo del lavoro.
Quindi siamo qui anche per capire questo, capire cosa è successo, cosa si è fatto e cosa si può ancora fare.
E su quello che ancora si può fare, io credo che il PD possa davvero essere l’alternativa. Lo abbiamo dimostrato a fatti e non a parole.
Anche la creazione di circoli del lavoro, come indicato dal segretario Bersani e dal segretario Bonaccini è parte del progetto di ripresa, perché anche l’economia ha bisogno di una iniezione di fiducia nella politica, l’unica forma di aggregazione che ha il vero potere di cambiare le cose, se solo ci impegnassimo tutti.
Il PD deve trovare la sua conformazione, deve costruire un nuovo blocco sociale al quale partecipano lavoratori ed artigiani, imprese e sindacati.
Il PDL alle elezioni europee ha perso qualche milione di voti, ma non li abbiamo certo recuperati noi, anzi, anche noi ne abbiamo persi. Perché? Perché la gente non ha visto in noi l’alternativa.

Ed è proprio questa che dobbiamo costruire.

Alex Tagliatti - Resp. Organizzazione GD E-R

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