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Dike, Nomos, hybris? - di Alex
22 gennaio 10 | Dichiarazioni

La riforma della giustizia non è una banale riforma che si origina nella differente interpretazione politica dello Stato ma una vera e propria delegittimazione del concetto di giustizia. Una riforma dettata dalla paura.

Dike,  Nomos o hybris?
Gli antichi dividevano la legge in diverse forme: il nomos era la legge cui erano sottomessi gli animali - la possibilità brutale di divorarsi, la legge del più forte, naturale e spontanea - , l’hybris era tipica dell’inciviltà disordinata dei barbari, ed infine dike, la legge che indica, che indirizza. A questa noi dobbiamo rifarci, al principio di ordine e di civiltà, e non ad altre.
Questa riforma della giustizia, dal punto di vista del cittadino non ha né capo né coda.
Punisce chi aspetta una sentenza e chiede giustizia e muta la dike in qualcosa di diverso da sé, e peggio di quanto si possa pensare non la trasforma né in nomos né in hybris ma la relega a mera funzione burocratica, prassi amministrativa che non ha nessun valore intrinseco universale ma è pura funzione opinabile, discutibile, criticabile e anche dispendiosa.
Ma dove  nasce questa idea bislacca della legge?
Quello che voglio qui contestare non è l’effetto che questa riforma produrrà, effetto di cui tutti sappiamo e di cui tutti parliamo; quello che voglio sottolineare è il substrato su cui poggia, il motivo psicologico scatenante.
Il motivo scatenante è la paura. La giustizia dovrebbe essere lo strumento che permette a tutti di difendersi e di essere innocenti fino a prova contraria.
In secondo luogo, e questo lo sanno anche i bambini, è lo strumento che garantisce l’uguaglianza a tutti i cittadini. Allora dov’è l’inghippo?
L’inghippo sta nel percepire in maniera distorta la legge.
Faccio un esempio pratico, minuto: quando prendiamo una multa generalmente imprechiamo contro la municipale, contro il vigile che “ingiustamente” ha messo una multa sul nostro parabrezza. Non percepiamo la legge come la tutela nostra e del resto dei cittadini, né come forza che impone il rispetto delle norme sociali.
Allo stesso modo, oggi più che mai, la legge è percepita, da ampie fasce di popolazione e da una certa parte politica, o forse da alcuni politici, come uno spauracchio. La legge spaventa, la legge incute timore e l’indagine non è percepita come strumento per la conferma dell’innocenza ma a priori come strumento per la condanna ingiusta.
La legge ed i magistrati non fanno questo, non arrestano o punisco a priori o ingiustamente o senza prove (anche se a volte può succedere che essendo la legge in mano a uomini questi possano fallire). I magistrati devono indagare per provare i fatti e non per punire. Qui invece si percepisce la giustizia civile e penale come un impedimento all’attività imprenditoriale e alla politica. Questo è il paradosso. L’idea persecutoria che i magistrati siano dei mastini che inseguono le prede solo per il colore politico è assurda. Dire che i magistrati ed i giudici sono viziati dalle proprie idee politiche significa dare un colpo di scure a millenni di storia della giurisprudenza e teoria del potere, tornando alla monarchia. I giudici ed i magistrati, ovviamente avranno idee politiche, ma non è possibile immaginare e nemmeno pensare di esonerarli dalla loro attività, o attaccarli per questa ragione. La legge è il luogo in cui l’uomo smette di essere uomo e diventa strumento di un valore speriore. Se non cominciamo a dubitare di questo allora dovremmo smette di andare in chiesa, perché è plausibile che il parroco, quando ci assolve nella legge di Dio non sia in buona fede, oppure, dovremmo smettere di credere in tutto ciò che rappresenta un ordine superiore o un potere. Smettere di credere nell’ordinamento e nella libertà deli magistrati significa smettere di credere nello Stato.
Immaginare che il potere giuridico, universalizzato ed oggettivato nella lex, e reificato nella carne del magistrato, non abbia senso d’esistere perché il magistrato è una persona fallibile, significa smettere di credere nel mondo moderno. Significa credere che solo chi è stato investito del potere dal popolo, ovvero il Primo Ministro - così come il re - ha il diritto di legiferare e di giudicare, nonché il diritto di non essere giudicato. Ancora una volta si tratta di un utilizzo della massima “primus inter pares”.
Processi brevi, fatti a questa maniera, con retroattività - tra le altre cose - non aiuta no l’affermazione del concetto di giustizia, ma pongono la giustizia al livello di ogni altra funzione burocratica che deve essere snellita per risparmiare, come si parlasse di uno sportello unico per le imprese! La giustizia deve avere dei tempi legittimi, ovviamente, ma non può contravvenire alla propria natura - che in Italia prevede tre gradi di giudizio: Tribunale, Corte d’appello e Cassazione, in Paesi come la Svizzera, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti non esiste la Corte d’Apello - e alla funzione di giungere alla verità o alla evidenza di un fatto o reato.
La Magistratura deve poter indagare, liberamente, senza vincolo alcuno, in tutte le direzioni e con tutti gli strumenti di cui è in possesso. Temere le indagini significa solamente nascondere, temere che si scopra...Ecco perché è la paura ad essere alla base di questa visione distorta della giustizia. Il processo dunque può essere breve solo se i giudici possono indagare e le strutture ed il personale sono adeguati al numero di processi. Tutto qui. Processo breve significa che i peggior criminali porteranno al limite del tempo il processo e tenteranno di farlo prescrivere, significa che per le migliaia di persone in causa contro aziende, cliniche della morte, banche, assassini e stupratori, non avrà giustizia. Tutto perché si è perso il vero senso della giustizia: la giustizia, per sé, per gli altri e per chiunque, si traduce comunque in un dovere e in un diritto che coinvolge chiunque appartenga a una certa comunità, in senso riduttivo, e ogni persona umana in generale, in senso estensivo. La giustizia è la costante e perpetua volontà, tradotta in azione, di riconoscere a ciascuno ciò che gli è dovuto; questo è l'ufficio, deontologico e inviolabile, che il magistrato preposto deve porre in atto nei luoghi deputati a rendere giustizia. La giustizia civile si origina da un patto di rinunzia totale o parziale alla giustizia naturale - ovvero alla possibilità di farsi giustizia da sé, ritenendosi al di sopra della stessa e degli altri- , diretto a garantire il miglior godimento degli inviolabili diritti anche naturali.

Alex Tagliatti - opinione personalissima :)

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processo breve |  riforma giustizia |   | 

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