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Riforma Gelmini atto 2 - Alberto Aitini
30 gennaio 10

Nel giro di poche settimane purtroppo ritorneremo a sentir parlare di riforma (Gelmini) dell'università.

 
La cosa non fa quasi più notizia, sarà forse perché ormai sono anni e anni che a cadenze stabilite il tema torna all’ordine del giorno, si intende, solo per qualche settimana, prima di tornare nel dimenticatoio non senza lasciare strascichi di problemi infiniti. Anche questa volta probabilmente sarà cosi, anche se la riforma che si profila rischia di essere più dannosa delle altre e di cambiare irrimediabilmente il nostro sistema formativo. Il DDL Gelmini infatti si occupa soprattutto di riforma amministrativa dell’università, a partire da una riformulazione dei suoi organismi, quali senato accademico e consiglio di amministrazione, ovvero organi politico-amministrativi,  ma anche facoltà e dipartimenti, ovvero il cuore della didattica e della ricerca, insomma il cuore dell’università. Per quel che riguarda direttamente gli studenti inoltre la Gelmini ha intenzione di mettere mano al diritto allo studio, creando un fondo nazionale per merito non si sa bene finanziato da chi, probabilmente non dallo stato, nella speranza che siano enti privati e fondazioni a farlo. Insomma il rischio dell’ennesima riforma non solo inutile ma dannosa è dietro l’angolo. D'altronde, l’idea principale che sta dietro questa riforma è la privatizzazione del sapere, è pensare che le spese che lo stato sostiene in scuola e università siano in realtà obsolete, inutili, spese che gravano sul bilancio dello Stato come una zavorra, senza nessuna finalità, perché in fondo cosa conta insegnare, cosa conta imparare, cosa conta conoscere. In fondo questa è l’idea della destra, da sempre, del liberismo economico, l’idea che lo stato non debba immischiarsi nell’economia, che tutto debba essere lasciato al caso. Quindi, in un’epoca dove l’economia ha sovrastato (definitivamente???) la politica abbandoniamo anche gli ultimi baluardi dello Stato, e assistiamo alla privatizzazione della scuola, dell’università, della sanità, addirittura dell’acqua, perché dietro la concezione della destra c’è l’idea che la privatizzazione faccia funzionare meglio le cose. Se ne potrebbe anche discutere se poi in Italia non fossero sempre gli stessi che hanno in mano tutto, i soliti noti, le solite aziende, le solite multinazionali. Ma torno alla riforma, nella quale si propone l’ingresso nei consigli di amministrazione delle università di ALMENO il 40% di rappresentanti esterni, fondazioni, enti pubblici e privati, insomma stakeolders, letteralmente “portatori di interessi”. Il problema è vedere quali sono questi interessi, senza escludere che ci saranno anche quelli giusti. Gli esempi positivi ci sono, e sono esempi che ci dicono che non c’è bisogno di privatizzare, ma di lavorare più insieme, ognuno nel proprio ruolo ma tutti con gli stessi obiettivi. E poi si pensa ad un CdA con pieni poteri, da togliere ai senati accademici dove oggi sono rappresentate le facoltà, i dipartimenti, gli studenti. Già, gli studenti, che con questa riforma praticamente sono dimezzati nella loro fondamentale opera di rappresentanza. Insomma si potrebbe continuare ad andare avanti, ma questa è tutta l’impostazione del DDL. Ci mancherebbe, nessuno pensa che non sia necessaria una riforma vera dell’università. Noi giovani democratici siamo i primi a pensarlo. Ma la “nostra” riforma va nella direzione opposta a quella del governo.

Noi pensiamo ad un’università pubblica che garantisca un sapere universale ed un diritto allo studio generale, dove i docenti si dividono tra didattica e ricerca, nella consapevolezza della loro missione, dove i ricercatori possano veramente fare ricerca senza dover sopperire alle mancanze dei docenti. Pensiamo ad un’università dove venga realmente applicato il merito, inteso come valore, a tutti i livelli, dagli studenti ai professori. Pensiamo ad un investimento concreto nel diritto allo studio, nei servizi agli studenti, contro un’università sempre più d’elite. Pensiamo alla necessità di una valutazione della qualità della didattica, da parte di enti indipendenti ma anche da parte degli studenti. Pensiamo ad un maggiore coinvolgimento degli studenti e delle loro rappresentanze, che con la loro azione hanno fatto tanto e bene.

Insomma una drastica riforma si, ma che vada da un’altra parte rispetto a quella della Gelmini.

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gelmini |  scuola |  università |  privatizzazione | 

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