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WELFARE E LAVORO – SPUNTI PER UNA PIATTAFORMA RIFORMISTA - Andrea Tarroni
14 aprile 10

I numeri della “crisi psicologica” stanno passando dai grafici statistici alla realtà vissuta dai cittadini. Come ampiamente annunciato - nonostante il centrosinistra abbia fatto per un anno la figura della Cassandra, di fronte ad un governo irresponsabile pompiere - i problemi di natura finanziaria ora si stanno ripercuotendo sull'occupazione e gli ammortizzatori sociali in deroga (non ancora rifinanziati dallo Stato e per ora garantiti unicamente dalle Regioni!) rimangono una vana coperta corta.

 
Secondo la Banca d'Italia, infatti, il tasso di disoccupazione reale è ora al 10 per cento, e coinvolge circa 2,6 milioni di persone. Perché ai lavoratori iscritti ai Centri per l'impiego vanno sommati i “cassaintegrati cronici” e coloro i quali, ormai scoraggiati, hanno smesso di cercare lavoro.

Il tasso più preoccupante? Quello sulla DISOCCUPAZIONE GIOVANILE: in Italia il 26,5 per cento della popolazione sotto ai 25 anni non ha lavoro, una media del 5,1 per cento più alta rispetto a quella europea.

Queste le “sentenze” che vanno davvero addebitate a questo Governo, che di fronte ad un'opposizione che invocava interventi ha preferito additare “la sinistra che tifa per la crisi” e rimanere con le mani in mano.

La crisi economica sta diventando, ad ogni modo, una scusa ed un affare per molti: in primo luogo per le banche, che sempre più spesso ridimensionano l’accesso al credito e “chiudono la borsa” all’improvviso. Secondo Confartigianato, il 26% degli imprenditori ha percepito delle azioni ‘restrittive’ da parte degli istituti di credito, come il rientro improvviso del fido o la variazione dello spread sui tassi. Ed è in particolare la Cgia di Mestre ad attestare come il 78 per cento dei prestiti bancari sia all'appannaggio di grossi gruppi ed alle Piccole e medie imprese rimangano solo le briciole, nonostante l'attestata maggiore affidabilità in termini di restituzione del credito che le stesse Pmi sanno garantire.

Ma a beneficiare di questa crisi sono anche grossi gruppi che sfruttano la situazione per mettere in discussione ogni diritto previsto dai contratti integrativi e al di fuori del contratto nazionale, faccendieri che approfittano di ampie disponibilità di denaro (da riciclare) per acquisire facilmente imprese che magari lavorano, ma sono rimaste senza ossigeno. Imprenditori che si fregiano del “made in Italy” ma che in questa fase approfittano per dismettere e ricollocarsi nell'Est Europa, o comunque dove la manodopera è a più basso costo e più ricattabile sul piano dei diritti. Un quadro che rischia di consegnarci a breve, purtroppo, un’Italia profondamente mutata e molto meno competitiva.

Il Partito Democratico deve sempre più caratterizzarsi come il partito del lavoro. Anche distintiguendosi nell'operato amministrativo e governativo negli enti locali e nelle regioni in cui è a guida delle giunte. Giusto quindi concentrare le risorse, come ha fatto l'Emilia Romagna, per un forte piano anticrisi (circa 500 milioni), che da un lato va a rafforzare il consorzio fidi raddoppiando i fondi per proteggere il credito alle aziende (50 milioni in più) e dall'altro investe per tutelare coloro i quali per tipologia di contratto non avrebbero alcun tipo di ammortizzatore sociale (circa 40mila i redditi salvati). Giustissimo guardare al futuro, con l'istituzione di tecnopoli capaci di trasferire buone prassi di ricerca applicata in tutta la Regione e rendere così più competitivo l'intero tessuto economico emiliano-romagnolo.

Ma purtroppo non tutto si può giocare a livello regionale.

E' importante, quindi, che il Partito Democratico prosegua nella sua azione propositiva sia a livello parlamentare sia col confronto quotidiano con gli attori interessati allo sviluppo del Paese: sindacati, associazioni di categoria, mondo dell'associazionismo e del volontariato.

I Giovani democratici improntano la loro azione su alcuni punti, integrativi e amplificatori della traccia assunta dal partito.


Il primo aspetto su cui i Gd intendono concentrare l'azione è l'ATTACCO ALLA PRECARIETA' , attreverso l'introduzione di un contratto unico di inserimento, che vada a sostituire i contratti precari e preveda l'assunzione a tempo indeterminato dopo un periodo di prova.

Le tutele, inoltre, non possono rimanere all'appannaggio di pochi.

Gli ammortizzatori sociali devono essere estesi a tutti i tipi di contratto, favorendo il reinserimento lavorativo e la formazione per tutta la vita (la cosiddetta FLEXSECURITY).

Dobbiamo inoltre tornare a favorire l'impresa giovane. Serve un piano di incentivi e sgravi fiscali, oltre ad una “passerella” facilitata al credito per i giovani che decidono di aprire un'attività. Fondi che non vanno distribuiti a pioggia, ma in base al progetto aziendale e che vanno concentrati in particolare alle imprese vocate all'innovazione, all'informatizzazione, all'economia verde, all'open source.

E per abbattere le nuove barriere economiche bisogna combattere per un web libero e per un'accessibilità alla rete capillare su tutto il territorio nazionale.

La via riformista allo sviluppo, inoltre, non deve perdere il gusto di muovere passi verso la rottura delle antiche lobby conservative. Gli ordini professionali devono subire in generale un forte riordino, e in alcuni casi particolari si può prevedere la loro abolizione. In moltissimi casi, infatti, si dimostrano una mera barriera corporativa che impedisce l'accesso alla professione da parte dei giovani.

Ancor più coraggiosa, ma decisamente più urgente, è la battaglia sulla legalità. Questa crisi, lo accennavamo poche righe più sopra, sta accrescendo la disparità storica di opportunità fra chi anche nel mondo del lavoro rispetta le regole e chi invece opera nella totale illegalità. Dal punto di vista fiscale, ma anche sul piano delle tutele ai lavoratori. Anche nell'operoso nord sono diffusissimi i fenomeni del caporalato, della “paga globale”, a discapito dei diritti dei lavoratori e della loro sicurezza. Dobbiamo agire culturalmente, con inflessibilità ma anche attraverso un sistema di incentivi e disincentivi. Controlli sì, non caccia alle streghe. E sistemi di premialità per le realtà aziendali che favoriscono determinati coefficienti di dialogo sindacale, stabilità delle condizioni contrattuali, innovazione nelle politiche di sicurezza del lavoro.

Per approcciarsi a queste sfide è ovvio che le istituzioni stesse devono interrogarsi sulla loro capacità esemplare (in tempo di vacche magre la politica deve essere la prima a tagliare gli sprechi), ma anche rispetto la loro idoneità strutturale. Una seria riforma istituzionale che parta dalla riduzione dei parlamentari, dal superamento del bicameralismo perfetto (con la nascita di un senato davvero federale) e magari dal riordino di alcune province, con la piena applicazione costituzionale della forma delle “aree metropolitane”.

Questo documento non ha la presunzione di raccogliere un piano articolato e ragionato per il rilancio del Paese. Ma pensiamo che questi correttivi potrebbero contribuire a ridurre il fardello che opprime la nuova generazione, schiacciata dall'incertezza e dall'incapacità di poter auspicare un domani migliore.







GIOVANI DEMOCRATICI DELL'EMILIA ROMAGNA


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